Il 22 maggio 2024, all'Aviva Stadium di Dublino, la Dea ha vinto il suo primo storico trofeo europeo. Al seguito c'erano migliaia di bergamaschi e, ovviamente, anche noi di RadioDea. Il racconto di quell'avventura PRIMA, DURANTE e DOPO il trionfo La finale di Europa League, piazzata dal calendario il 22 maggio 2024, è stata anticipata da un paio di appuntamenti molto importanti. Prima di tutto per le coronarie dei tifosi atalantini, gente che di coppe (a parte quelli davvero parecchi anziani) non ne ha viste negli ultimi 61 anni (3-1 al Torino in Coppa Italia a San Siro, tripletta di Domenghini il 2 giugno 1963) e che da quando Gasperini è arrivato a Bergamo si è ritrovata all’ultimo atto di una competizione nazionale per ben 3 volte. Purtroppo, tutte perse.
Dopo Lazio (2-0) e Juventus (2-1), il 15 maggio 2024 ancora contro la Vecchia Signora allo stadio Olimpico di Roma sono stati i bergamaschi ad uscire a testa bassa dopo una partita brutta, giocata male e persa praticamente senza mostrare mai in campo, veramente, quello che in tantissime altre occasioni è invece stata capace di fare la formazione di Gasperini. Senza Scamacca, squalificato, il mister degli orobici si è trovato ad avere un’importantissima soluzione in meno e in attesa della grande sfida di Dublino il popolo atalantino ha dovuto aspettare la successiva gara di Lecce per la conquista matematica della qualificazione alla Champions 2024-25: grazie al successo per 2-0 sul campo dei salentini, reti di De Ketelaere e Scamacca nel giro di pochi minuti ad inizio ripresa, la squadra nerazzurra si è infatti assicurata un posto nella nuova competizione per club in anticipo rispetto alla finale di Coppa Italia. Il quinto posto è poi diventato quarta piazza ma resta la grande soddisfazione, anzi addirittura enorme, per un cammino che è andato avanti su tre fronti fino alla fine della stagione.
Archiviata la pratica campionato, in Europa League la marcia di avvicinamento alla sfida di Dublino è iniziata con 8mila appassionati atalantini al seguito capaci di raggiungere l’Irlanda con voli e triangolazioni su diversi aeroporti che hanno reso il trasferimento a Dublino un’impresa davvero da urlo. Gasperini, cittadino onorario di Bergamo, ha parlato del popolo atalantino in marcia. Qualcosa che, nei discorsi del tecnico ma in generale di tutti i protagonisti, scatena sempre grandi emozioni perché si tratta di una dimostrazione d’amore e attaccamento totale. Viscerale. Che fa mancare il fiato. «Abbiamo chiesto un grandissimo sacrificio ai nostri tifosi. Giocando così tanto e gare così importanti va sottolineato come loro, sotto tutti gli aspetti, non ci hanno mai fatto mancare la loro presenza, molto numerosa. Li abbiamo sentiti, li sentiamo e li sentiremo anche a Dublino. Saranno tantissimi, nonostante non fosse affatto agevole raggiungere l’Irlanda».
L’attesa del match, sia alla vigilia che nel “giorno dei giorni”, è stata qualcosa di unico. Magico. La zona centrale di Dublino è stata invasa da tedeschi (in maggioranza) e bergamaschi, con una lista infinita di dialetti che hanno certificato come, dalla Bassa fino al punto più alto delle Prealpi Orobie, il popolo nerazzurro fosse in massa in terra d’Irlanda. Un’emozione difficile da descrivere, un’attesa pazzesca per la partita più importante dal 1907. Ovvero, di tutta la storia dell’Atalanta.
Scrivere queste righe è complicato. Difficile. Si avanza lentamente, il film della partita più importante della storia atalantina va in loop dal 22 maggio senza controllo. Senza logica. Spunta nei momenti più diversi, riporta a quei minuti sui gradoni dell’Aviva Stadium di Dublino. La notte del 22 maggio 2024 ha segnato un prima e un dopo, ha messo un punto ad ogni discorso sulla Dea bella ma perdente. Da quel momento in avanti, erano le 21.52 (ora d’Irlanda), la storia del calcio ha consegnato agli annali il Trionfo (scritto volutamente in maiuscolo) di un gruppo che ha fatto qualcosa di enorme. Straordinario. Emozionante e bellissimo.
E allora usiamo le stesse parole che sono sgorgate in quei momenti dal cuore di chi ha avuto davanti agli occhi una dimostrazione di forza e superiorità che era difficile da ipotizzare. «Amici atalantini, fratelli bergamaschi, il giorno del successo è arrivato. Ha la maglia numero 11 di Ademola Lookman (tripletta), il volto rigato dalle lacrime di chi certe emozioni non le ha mai provate prima» si scriveva nei minuti in cui, la notte di Dublino, ha sdoganato urla e applausi, adrenalina e pianti di chi non poteva credere a quello che si era appena compiuto. Atalanta-Bayer Leverkusen è finita 3-0, il trionfo in Europa League della formazione orobica è stato totale, la Dea ha stritolato gli avversari che mai avevano perso in tutta la stagione e portato a Bergamo la prima coppa europea della sua storia. Qualcosa che nemmeno nei sogni più belli.
Nello stadio quasi pieno, 46.500 gli spettatori con circa ottomila bergamaschi al seguito che, dal primo all’ultimo minuto, hanno regalato al mondo del calcio una prestazione (canora) quasi paragonabile a quella dei ragazzi in campo. Qualcosa di talmente commovente e trainante che, allo stadio ma anche davanti alla tv, ha portato gli appassionati neutrali a tifare per gli orobici.
La gara è iniziata subito con la Dea molto aggressiva, Lookman all’8’ ha scaricato per Ruggeri che ha messo in mezzo per Scamacca, contrastato sul colpo di testa. Con il passare dei minuti l’azione dei bergamaschi è continuata in modo tambureggiante, in mezzo al campo il Bayer non ha mai avuto respiro e dopo una palla recuperata sugli sviluppi di un calcio d’angolo è arrivato il gol del vantaggio, già al 12’: scarico di Koopmeiners per Zappacosta, cross al centro dell’area e movimento perfetto di Lookman, che anticipando Palacios ha messo il mancino sotto l’incrocio. I tedeschi sono parsi bloccati e mai sono riusciti a sviluppare la manovra e il copione della partita non è davvero mai cambiato. Dopo una conclusione alta di Scamacca (20’, scambio con Lookman) è arrivato il 26’, momento in cui gli ottomila bergamaschi al seguito sono andati letteralmente ai matti. In paradiso. Dentro una dimensione mai vissuta prima. Palla recuperata dal numero 11 nigeriano dopo un retropassaggio sbagliato di Adli, dribbling secco su Xhaka (con tunnel) e destro all’angolino basso che ha fulminato Kovar. Una giocata straordinaria. Nel finale di tempo, Grimaldo ha provato il pallonetto su Musso (che para, 34’) e poi De Ketelaere è stato parato a terra dopo la splendida apertura di Scamacca.
Durante l’intervallo gli occhi in tribuna stampa erano increduli, ci si guardava quasi con la paura di chiedere se tutto fosse vero. Davanti a 45 minuti ancora molto pericolosi c’era cautela, chi ha vinto la Bundesliga merita grande rispetto ma la Dea, dal canto suo, stava facendo qualcosa di enorme. E infatti, nella ripresa, la gara è iniziata con lo stesso copione del primo tempo. Si sono viste più occasioni per il 3-0 che per l’eventuale 2-1: al 49’ Koopmeiners dalla zona di fondo campo ha messo al centro un pallone squisito salvato da Hincapie in angolo appena prima dell’intervento da parte di De Ketelaere, al 59’ Grimaldo ha spaventato Musso con un tiro cross che l’estremo argentino ha smanacciato bene. Xabi Alonso ci ha provato con i cambi, ma al 76’ la serata di Lookman è diventata leggendaria: recupero difensivo di Pasalic con scarico in avanti, palla di Scamacca in campo aperto per il numero 11 nerazzurro che ha saltato con un doppio passo Tapsoba e sparato un missile di sinistro in diagonale all’incrocio dei pali che ha mandato al manicomio i nerazzurri.
A Dublino e a Bergamo. In città e in provincia. Strappando esultanze sincere a migliaia di appassionati di calcio in tutto il globo terracqueo. Gente che poteva solo immaginare gli occhi lucidi e gli abbracci sui gradoni di Dublino di chi ha visto l’Atalanta in mezzo alla polvere, di chi l’ha sostenuta nei giorni più bui e in quel momento, di fronte ad un 3-0 senza discussioni, toccava con mano il Paradiso. Il Bayer al 92’ ci ha provato con Hlozek, al fischio finale dell’arbitro Kovacs è esplosa la festa per la Dea campione. Avete letto bene, lo abbiamo scritto e lo ripetiamo: il 22 maggio 2024, l'Atalanta ha vinto l'Europa League. Un trionfo leggendario.
Il primo pensiero che ti viene, pensando al “dopo” vissuto a Dublino di fronte alla festa di tecnico e giocatori in campo, con Djimsiti che ha alzato la coppa insieme a Toloi e de Roon, è per la gente. Per chi ci ha sempre creduto e per quelli che hanno vissuto il percorso con quel trasporto che si deve ad ogni avventura di questo tipo. Già, il percorso. Perché non si può essere felici solo per la vittoria. È da altri parti che “la vittoria è l’unica cosa che conta”. Bergamo e la sua gente, l’Atalanta e i suoi tifosi sono di un’altra pasta. Gente semplice, uomini e donne, grandi e piccini che si accontentano anche di poco e si impegnano sempre per ottenere quello che sogna. Quello cui punta.
L’Atalanta che ha vinto l’Europa League è la dimostrazione che non contano solo i soldi, i campioni e il nome di chi scende in campo. O dei dirigenti. O della squadra. Nel calcio vince chi fa meglio degli avversari nei giorni giusti, nei momenti giusti, con la mentalità giusta. Sugli spalti dell’Aviva Stadium di Dublino hanno pianto in tanti, forse addirittura tutti. Perché al momento del fischio finale si è entrati in un posto che mai era stato visto e vissuto prima. Perché quel “speriamo di vincere” è diventato “abbiamo vinto”: un tempo verbale che cambia e consegna i sogni alla storia, segna il momento in cui anche l’Atalanta e la sua gente hanno capito cosa si prova. Con “la pel de poia olta tri dicc”, traduzione in italiano dal dialetto è “la pelle d’oca alta tre dita”. Espressione che tutti gli atalantini, in almeno uno dei messaggi whatsapp inviati da e per chi era a Dublino, hanno usato.
Quello che si è vissuto a Dublino, fuori dallo stadio, in aeroporto e sul volo di ritorno verso Bergamo è stato clamoroso. Gli occhi increduli di chi ha decine d’annate nerazzurre sugli spalti sono impressi nella mente di chi li ha incrociati, mentre la squadra riceveva la medaglia dei vincitori e poi la coppa, quasi tutti gli atalantini al seguito sembravano i bambini la mattina di Santa Lucia. A Dublino e nelle ore successive al successo si sono visti gli stessi sguardi con gente che, in ogni angolo, si ripeteva e ti ripeteva “pota Fabio, abbiamo vinto l’Europa League”. Ed è una frase che si porta dietro, anche a distanza di mesi, qualcosa di magico. Chi non ha mai vinto niente di tanto importante e ha in bacheca solo una Coppa Italia datata 1963, diluisce il godimento nel tempo.
Si riguarda la partita, gli highlights e riascolta il commento dei cronisti che hanno raccontato l’impresa. Ognuno ha gioito a modo suo, chi ha perso un parente o un amico durante il Covid lo ha abbracciato col pensiero e chi invece era sugli spalti con il papà o il figlio si porterà per sempre dentro momenti che nessuno, degli altri, può capire. A pensarci bene, ci sarebbe da scrivere un diario per raccontare le emozioni della gente. Quelle di chi c’è sempre stato anche prima, ha dato tutto durante e se l’è goduta (e continua a godersela) anche dopo. Per sempre. Perché la prima volta non si scorda mai, soprattutto se ha il verde d’Irlanda sullo sfondo e la data del trionfo, 22 maggio 2024, marchiata a fuoco nella mente e in fondo al cuore.